i Prummisioni

Per un anno intero a Racalmuto si attende la festa “di lu Munti” , la festa in onore della Madonna del Monte. La festa “sbampa” la seconda settimana di luglio e si conclude la domenica con la suggestiva tradizione delle “prummisioni”. I prummisioni anticamente erano le offerte votive che i devoti racalmutesi facevano alla Madonna del Monte, portando al santuario il grano su muli o cavalli che salivano la lunga scalinata giungendo fin dentro la chiesa. Ancora oggi i devoti che durante l’anno hanno fatto una promessa (prummissioni) alla Madonna, per grazia ricevuta, attraversano il paese su cavalli bardati a festa per sciogliere il voto promesso alla Madonna. I prummissioni cominciano la domenica mattina di buon ora, nelle case di chi ha ricevuta la grazia, dove si addobbano i cavalli con drappi pregiati. Da qui, dopo aver offerto un piccolo rinfresco a parenti e amici invitati, parte il piccolo corteo che segue il cavaliere/devoto che ha fatto la promessa, lungo un percorso che attraversa le vie del paese, attraversando il corso principale di Racalmuto, fino a giungere al momento più commovente, la salita della scalinata del Santuario della Madonna del Monte: tra due ali di folla incitante, dopo aver spronato il suo cavallo dicendo “Acca’ …. Evviva Maria” inizia la sua corsa lungo i gradini di pietra che portano sul sagrato del santuario, dove ad attenderlo troverà il sacerdote che riceverà la prummisione e impartirà la sua benedizione.

Scene di una tradizione antica, che si svolge tra commozione e fede, e che meglio di me hanno saputo descrivere le parole di autorevoli scrittori siciliani e che riporto:

Sciascia scrive nelle Cronache scolastiche del ’56: “Stiamo a chiacchierare per tre ore al giorno, noi maestri; e fuori c’è la festa, i ragazzi che dovrebbero essere a scuola seguono a grappoli le bande che girano per il paese, stanno intorno alle bancarelle dalle tende bianche dove si vende la ‘cubaita’, un torrone che ci vuole il martello a romperlo, disposto a gradini sulle bancarelle, e le mosche che vi si posano così compatte da formare un nero muschio. Io che sono nato qui, provo una punta di malinconia dovermene stare a scuola; mi piace non perdere niente della festa, sedere al circolo e guardare le immagini della festa come dentro un caleidoscopio, il gioco dei colori che continuamente si compone e si dissolve – ora domina il rosso, ora il bianco, poi il verde, l’azzurro; e si ritorna al rosso – proprio come girassi un caleidoscopio. E le voci. E i tamburi. E le mule cariche di grano, le donne a piedi scalzi che portano sulla testa il sacco pieno di grano, i ragazzi che portano grandi candele istoriate. Tutte cose che ho visto ogni anno, da quando son nato; ogni anno mi piace tornare a guardarle, come fossi ancora ragazzo.”

E Ancora Gaetano Savatteri ne I ragazzi di Regalpetra: “Chi non è regalpetrese non capisce, intravede l’anima del provinciale dietro le mie acrobazie per ritrovarmi ogni anno in piazza per la salve dei ventun colpi di cannone ad apertura dei festeggiamenti. I paesani sono orgogliosi della festa, se ne vantano, a colpo d’occhio calcolano l’afflusso, stilano stime e raffronti, quest’anno più forestieri ci sono, pure palermitani, pure continentali. Fiesta violenta, barocca, colorata, tribale assai …
Ritornare per la festa vuol dire ritrovare volti amici ricordi nel perimetro stretto del corso, scoprire nuove canizie pinguedini figli. Il paese che si può abbracciare con un sguardo disegnato dalle luci delle luminarie, il grido dei torronari, la folla per strada, lo straripamento dei tavolini dei bar, granite di cedro, gelato a pezzo duro, spongato. Dalle poltrone del Circolo Unione guardare il passìo, saltare, baciare, dire, fare. Fare niente. Niente c’è da fare per la festa, se no aspettare. Aspettare i tamburini. Aspettare la processione. Aspettare la banda. Aspettare la salita de cavalli. Aspettare la rissa per la pigliata della bandiera. Aspettare il colpo che annuncia il castello di fuoco, sempre a notte fonda, stanche le gambe, affranti i bambini nel pianto stanco di sonno …
La festa sempre mi è piaciuta. Nella sue esplosioni di euforia, nelle sue notti insonni e giornate sudate, botti rumori zoccoli tamburi. Mi piace quel tanto di passionale e virile che esprime, devozione irriguardosa che mette insieme pugni e preghiere, soldi e bandiere, offerte e promesse. Non manco la rissa della notte del sabato, squadre di ragazze a contendersi il vessillo della madonna issato sul pennone, partono calvi insulti ceffoni, i carabinieri sanno della tradizione, non vale intervenire a rigor di codice penale. La domenica, sconfitti i postumi della nottata, banda musicale e tamburini strepitano dalle otto del mattino, mi ritrovo coi paesani alla scalinata del santuario,: i cavalli fremono, sfagliano nella calca, l’occhio dilatato, scintille dagli zoccoli, spinti a nerbate su per i gradini, fin quando l’animale carico di addobbi e sacchi di frumento, col suo fantino, entrai chiesa per sciogliere il voto di devozione, in un caldo applauso. Mi piace la festa quando svampa, si fa convulsa, ma perfino nelle sue fasi morte, nella placida noia delle ore in cui tutto deve ancora avvenire o è già avvenuto.”

Per finire riporto un brano scritto nel ’69 da Eugenio Napoleone Messana: “La domenica mattina è occupata dalle offerte votive portate al santuario: muli bardati a festa, carichi di frumento, montate dal miracolato, preceduti dalla musica e seguiti dal parentato in abito nuovo attraversano la piazza fino ai piedi della scalinata che conduce alla chiesa. Qua ha luogo un numero folkoristico di rilievo. Il miracolato stringe le gambe sul bardo, tira le redini, i giovani amici e parenti a botte sulle anche aizzano il mulo che sfreccia sulla scalinata e raggiungere la porta della chiesa. A questo punto l’uomo a cavallo urla “Evviva Maria” e lo ripetono gli accompagnatori.”

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foto ©Marco Scintilla

 

Il Venerdì Santo a Enna

La mia curiosità e il mio desiderio di conoscere le tradizioni della mia terra, e non solo della terra delle mie origini, quest’anno mi ha portato a Enna per assistere e fotografare i riti del Venerdì Santo (si, io sono uno di quei fotografi che amano fotografare i riti della Settimana Santa).
Sedici confraternite e 2.500 incappucciati hanno dato vita, anche quest’anno, ad una tradizione antichissima, un rito che trae origine dal periodo della dominazione spagnola in Sicilia (XV – XVII Sec.)
Le sedici confraternite, la più antica delle quali, la Confraternita del SS. Salvatore, fu fondata nel 1261, seguendo un ordine prestabilito compongono la processione e, in assoluto silenzio e raccoglimento, attraversano le vie del centro storico della città per arrivare dapprima al Duomo, da dove esce l’urna del Cristo morto accompagnato dal fercolo dell’Addolorata e poi al Cimitero, ex sede del Convento dei Cappuccini, dove viene impartita la benedizione con la reliquia della Spina Santa. Dopo la benedizione la processione viene ricomposta per giungere nuovamente al Duomo. Particolarmente significativo è stato il passaggio delle Confraternite dalla chiesa dell’Addolorata: tutti i confratelli entrano in processione in chiesa per rendere omaggio alla Madre del Cristo, il cui fercolo si accoda alle altre Confraternite per raggiungere il Duomo.

Ho avuto modo di parlare con alcuni confratelli, soprattutto con i più anziani, e lì ho capito quanto importante sia per loro partecipare a questi riti. Un anziano di 71 anni, appartenente alla Confraternita del SS. Salvatore, si rammaricava di non riuscire più a portare l’urna del Cristo morto: raccontava che quando faceva il panettiere, per lui portare il fercolo non era pesante, non lo stancava, tanto che finita la processione, intorno alle 4 del mattino, andava direttamente a lavorare nel suo panificio senza alcun cenno di stanchezza. Un altro anziano confratello, fiero dei suoi 57 anni di partecipazione alla Confraternita, ci diceva che i portatori dell’urna sono 70 mentre i portatori del fercolo della Madonna, appartenenti alla Confraternita Maria SS. Addolorata, sono in totale 80. Questi ultimi si tramandano da padre in figlio (il primogenito) il diritto di portare la statua dell’Addolorata.

Storie fatte di passione, devozione, tradizione, in una parola storie di cultura, la cultura popolare fatta di tradizioni che vanno documentate e raccontate perché sono la storia della nostra terra, la storia del nostro popolo, la nostra storia. Ecco perché io amo fotografare le feste religiose!

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CDMX – Policia

Uno degli aspetti che mi ha colpito, e mi ha anche positivamente impressionato, nel nostro viaggio in Messico, e in particolar modo nella nostra breve permanenza a Città del messico, è stata la forte, intensa e massiccia presenza di polizia.
Un sfoggio di muscoli, da parte dello Stato, visibile agli occhi di chi si aggira nella città. Non esiste incrocio che non sia vigilato da almeno un poliziotto armato di tutto punto. Agli occhi del viaggiatore tale manifestazione di forza non può che infondere un certo senso di sicurezza, e, a onor del vero, abbiamo circolato in totale sicurezza e senza alcun imprevisto.
Lo spiegamento di forze, Polizia, Esercito e Marina (con i loro marines) è una costante anche nelle zone più isolate dello Stato federale messicano, in particolare al confine tra i vari stati federali è difficile non essere fermati per un controllo sull’immigrazione, strano a dirsi in un paese che è una spina nel fianco per gli USA proprio per quanto riguarda l’immigrazione clandestina!

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Attraversando il Fiume Sosio

Ci sono posti, in Sicilia, nascosti e poco conosciuti, che val la pena scoprire, valorizzare e vivere. La Valle del Fiume Sosio, all’interno del parco dei Monti Sicani, è uno di questi posti, un vero gioiello della natura!
Attraversato il comune di comune di Burgio, in provincia di Agrigento, ci siamo inoltrati nelle campagne circostanti fino a raggiungere il Fiume Sosio. Questo splendido nasce in località Piano Leone territorio di Castronovo di sicilia ( PA ) dove è un piccolissimo ruscello e va ad alimentare il Lago Leone , entra nel territorio di Palazzo Adriano ( PA ) precisamente nelle sorgenti di Monte Scuro,  e qui il piccolo corso d’acqua viene alimentato con la portata delle sorgenti , entrando poi nel territorio di Prizzi ( PA ) va a formare la vallata denominata appunto Sosio, successivamente  rientra nel territorio di Palazzo Adriano (PA ) dove ha alcuni affluenti e va a formare il Lago di Gammauta. Dopo la diga si inoltra nelle gole Du Firriatu e arriva nel territorio di Chiusa Sclafani (PA ). Arrivando a San Carlo ( PA ) il fiume prende il nome di Fiume Verdura sfociando nel Mediterraneo in territorio del comune di Ribera (AG).

Nei pressi del ponte chiamato Tredici Archi, iniziamo la risalita del fiume, immergendoci nelle sue acque fresche, iniziando un percorso di circa 6 km. Un vero e proprio tuffo nella natura più pura, un cammino che ci ha messo in contatto con una natura che spesso trascuriamo nella sua infinita bellezza.

Un sentito grazie all’Associazione Sicani Outdoor e alle guide Carmelo Cancelliere , Paolo Vetrano e Pierfilippo Spoto che hanno reso possibile questa magnifica avventura.