Lampedusa (essenza)

Nel 2015 sono tornato a Lampedusa dopo un’assenza di due anni.
Questa volta sono tornato sull’isola, non per lavoro, ma da viaggiatore, con l’intento di viverla e raccontarla nella sua essenza, nel suo quotidiano, attraverso i gesti e i luoghi comuni agli abitanti, lampedusani  e turisti.
Un viaggio tra colori, odori e sapori isolani, lontano dagli stereotipi narrativi legati al fenomeno dell’immigrazione proveniente dalle coste nordafricane.

Questa è la mia Lampedusa:

 

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i Prummisioni

Per un anno intero a Racalmuto si attende la festa “di lu Munti” , la festa in onore della Madonna del Monte. La festa “sbampa” la seconda settimana di luglio e si conclude la domenica con la suggestiva tradizione delle “prummisioni”. I prummisioni anticamente erano le offerte votive che i devoti racalmutesi facevano alla Madonna del Monte, portando al santuario il grano su muli o cavalli che salivano la lunga scalinata giungendo fin dentro la chiesa. Ancora oggi i devoti che durante l’anno hanno fatto una promessa (prummissioni) alla Madonna, per grazia ricevuta, attraversano il paese su cavalli bardati a festa per sciogliere il voto promesso alla Madonna. I prummissioni cominciano la domenica mattina di buon ora, nelle case di chi ha ricevuta la grazia, dove si addobbano i cavalli con drappi pregiati. Da qui, dopo aver offerto un piccolo rinfresco a parenti e amici invitati, parte il piccolo corteo che segue il cavaliere/devoto che ha fatto la promessa, lungo un percorso che attraversa le vie del paese, attraversando il corso principale di Racalmuto, fino a giungere al momento più commovente, la salita della scalinata del Santuario della Madonna del Monte: tra due ali di folla incitante, dopo aver spronato il suo cavallo dicendo “Acca’ …. Evviva Maria” inizia la sua corsa lungo i gradini di pietra che portano sul sagrato del santuario, dove ad attenderlo troverà il sacerdote che riceverà la prummisione e impartirà la sua benedizione.

Scene di una tradizione antica, che si svolge tra commozione e fede, e che meglio di me hanno saputo descrivere le parole di autorevoli scrittori siciliani e che riporto:

Sciascia scrive nelle Cronache scolastiche del ’56: “Stiamo a chiacchierare per tre ore al giorno, noi maestri; e fuori c’è la festa, i ragazzi che dovrebbero essere a scuola seguono a grappoli le bande che girano per il paese, stanno intorno alle bancarelle dalle tende bianche dove si vende la ‘cubaita’, un torrone che ci vuole il martello a romperlo, disposto a gradini sulle bancarelle, e le mosche che vi si posano così compatte da formare un nero muschio. Io che sono nato qui, provo una punta di malinconia dovermene stare a scuola; mi piace non perdere niente della festa, sedere al circolo e guardare le immagini della festa come dentro un caleidoscopio, il gioco dei colori che continuamente si compone e si dissolve – ora domina il rosso, ora il bianco, poi il verde, l’azzurro; e si ritorna al rosso – proprio come girassi un caleidoscopio. E le voci. E i tamburi. E le mule cariche di grano, le donne a piedi scalzi che portano sulla testa il sacco pieno di grano, i ragazzi che portano grandi candele istoriate. Tutte cose che ho visto ogni anno, da quando son nato; ogni anno mi piace tornare a guardarle, come fossi ancora ragazzo.”

E Ancora Gaetano Savatteri ne I ragazzi di Regalpetra: “Chi non è regalpetrese non capisce, intravede l’anima del provinciale dietro le mie acrobazie per ritrovarmi ogni anno in piazza per la salve dei ventun colpi di cannone ad apertura dei festeggiamenti. I paesani sono orgogliosi della festa, se ne vantano, a colpo d’occhio calcolano l’afflusso, stilano stime e raffronti, quest’anno più forestieri ci sono, pure palermitani, pure continentali. Fiesta violenta, barocca, colorata, tribale assai …
Ritornare per la festa vuol dire ritrovare volti amici ricordi nel perimetro stretto del corso, scoprire nuove canizie pinguedini figli. Il paese che si può abbracciare con un sguardo disegnato dalle luci delle luminarie, il grido dei torronari, la folla per strada, lo straripamento dei tavolini dei bar, granite di cedro, gelato a pezzo duro, spongato. Dalle poltrone del Circolo Unione guardare il passìo, saltare, baciare, dire, fare. Fare niente. Niente c’è da fare per la festa, se no aspettare. Aspettare i tamburini. Aspettare la processione. Aspettare la banda. Aspettare la salita de cavalli. Aspettare la rissa per la pigliata della bandiera. Aspettare il colpo che annuncia il castello di fuoco, sempre a notte fonda, stanche le gambe, affranti i bambini nel pianto stanco di sonno …
La festa sempre mi è piaciuta. Nella sue esplosioni di euforia, nelle sue notti insonni e giornate sudate, botti rumori zoccoli tamburi. Mi piace quel tanto di passionale e virile che esprime, devozione irriguardosa che mette insieme pugni e preghiere, soldi e bandiere, offerte e promesse. Non manco la rissa della notte del sabato, squadre di ragazze a contendersi il vessillo della madonna issato sul pennone, partono calvi insulti ceffoni, i carabinieri sanno della tradizione, non vale intervenire a rigor di codice penale. La domenica, sconfitti i postumi della nottata, banda musicale e tamburini strepitano dalle otto del mattino, mi ritrovo coi paesani alla scalinata del santuario,: i cavalli fremono, sfagliano nella calca, l’occhio dilatato, scintille dagli zoccoli, spinti a nerbate su per i gradini, fin quando l’animale carico di addobbi e sacchi di frumento, col suo fantino, entrai chiesa per sciogliere il voto di devozione, in un caldo applauso. Mi piace la festa quando svampa, si fa convulsa, ma perfino nelle sue fasi morte, nella placida noia delle ore in cui tutto deve ancora avvenire o è già avvenuto.”

Per finire riporto un brano scritto nel ’69 da Eugenio Napoleone Messana: “La domenica mattina è occupata dalle offerte votive portate al santuario: muli bardati a festa, carichi di frumento, montate dal miracolato, preceduti dalla musica e seguiti dal parentato in abito nuovo attraversano la piazza fino ai piedi della scalinata che conduce alla chiesa. Qua ha luogo un numero folkoristico di rilievo. Il miracolato stringe le gambe sul bardo, tira le redini, i giovani amici e parenti a botte sulle anche aizzano il mulo che sfreccia sulla scalinata e raggiungere la porta della chiesa. A questo punto l’uomo a cavallo urla “Evviva Maria” e lo ripetono gli accompagnatori.”

Cliccando qui potete vedere le immagini del reportage.

foto ©Marco Scintilla